Legge di stabilità

Cosa cambia la legge di stabilità?

Gli Ordini professionali sono da tempo nel mirino delle riforme che il Parlamento (indifferentemente che sia al governo il centro-sinistra oppure il centro-destra) sta attuando conseguenza del fatto che le libere professioni vengono ritenute uno dei gangli della stagnazione della nostra economia: professionisti che tendono a tutelare vantaggiose rendite di posizione, difficoltà di accesso alla professione da parte dei giovani, ordini professionali che non tutelano il consumatore dai professionisti che non si attengono a quanto previsto nei codici deontologici.

Per risolvere questi problemi e rinnovare l’immagine del professionista, la legge di stabilità (Legge 183/2011) ha introdotto principi di liberalizzazione nella disciplina delle professioni e di riforma degli ordinamenti professionali su questi temi: accesso alla professione, obbligo di formazione continua, tirocinio retribuito, obbligo del contratto scritto e definizione del compenso, assicurazione obbligatoria, distinzione del ruolo amministrativo degli Ordini da quello deontologico, pubblicità informativa libera, definitive scomparsa della tariffa minima neppure come dato di riferimento (ripresentata nella manovra di ferragosto –Legge 148/2011- e già smentita).

Questa riforma dovrà essere attuata attraverso lo strumento del Decreto del Presidente della Repubblica entro un anno dall'entrata in vigore del Decreto e quindi entro l'agosto 2012. La presenza nel nuovo governo del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Catricalà, già Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, garantisce il consumatore della sicura riuscita della trasformazione delle professioni intellettuali.

Il richiamo da parte del legislatore, di Confindustria e dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato al principio di libera concorrenza che si vuole imporre ai singoli ordinamenti professionali, non è solo ingannevole ma è una enorme falsità.

Le libere professioni non possono essere liberalizzate indiscriminatamente, consentendo a chiunque di esercitarle: verrebbe ovviamente meno la tutela dei diritti del consumatore.

Inoltre le libere professioni sono già libere: si deve soltanto svolgere un percorso scientifico (laurea, in alcuni casi praticantato ed esame di Stato – come previsto dall’art.33 della Carta Costituzionale) ma chiunque può accedervi.

Il problema, infatti così caldamente sollecitato da Confindustria è che le aziende vogliono spendere sempre meno in parcelle e assorbire i liberi professionisti rendendoli dipendenti (e dunque non più liberi e autonomi).

Con quest’ultima versione della Legge sono state introdotte le società tra professionisti che abbiano per oggetto l’esercizio di attività professionali (art.10). In sostanza viene abolito il divieto (posto nella vecchia Legge del ’39 che ordinava le professioni ) che consentiva soltanto la costituzione degli “studi associati”e che ha sempre distinto la demarcazione tra l’attività commerciale e quella libero-professionale. Invece, in questa maniera, viene liberalizzata la presenza di “soggetti non professionisti che diventano soci della Stp per finalità di investimento”.

Sarà pertanto facile ipotizzare che, non ponendo la Legge limiti alla quota di partecipazione del socio non professionista, i professionisti presenti nel Stp saranno schiacciati dal socio non professionista ma portatore di capitale. Guarda caso quello che proprio era il desiderio di Confindustria.

Natale Raineri